Amiodarone e patologie tiroidee

L’amiodarone è un farmaco molto efficace nel trattamento di alcune aritmie cardiache, ma contiene una quantità elevata di iodio e può interferire con la funzione tiroidea. Durante il trattamento possono svilupparsi sia ipotiroidismo sia ipertiroidismo, anche dopo diversi mesi o, talvolta, dopo la sospensione del farmaco.

L’ipotiroidismo da amiodarone è più frequente nei pazienti con una predisposizione autoimmune, come la tiroidite di Hashimoto. Può manifestarsi con stanchezza, sonnolenza, intolleranza al freddo, stipsi e rallentamento generale, ma spesso viene identificato attraverso gli esami di laboratorio. In molti casi può essere trattato con levotiroxina senza interrompere l’amiodarone, soprattutto quando il farmaco è indispensabile per il controllo dell’aritmia.

L’ipertiroidismo da amiodarone può invece presentarsi attraverso due meccanismi principali. Nel tipo 1, l’eccesso di iodio stimola la produzione di ormoni in una tiroide già predisposta, per esempio in presenza di gozzo multinodulare o morbo di Basedow. Nel tipo 2 si verifica una tiroidite distruttiva, con liberazione nel sangue degli ormoni già presenti nella ghiandola. Esistono inoltre forme miste.

La distinzione tra le diverse forme è essenziale perché il trattamento può prevedere farmaci antitiroidei, corticosteroidi o una combinazione delle due terapie. Nei casi più gravi o resistenti può rendersi necessario l’intervento chirurgico.

Prima di iniziare l’amiodarone è opportuno dosare TSH, FT4 ed eventualmente gli autoanticorpi tiroidei ed eseguire una valutazione ecografica nei pazienti a rischio. Durante la terapia la funzione tiroidea deve essere controllata periodicamente. La decisione di sospendere il farmaco deve essere sempre condivisa tra cardiologo ed endocrinologo.